L'ultima domanda venne posta per la prima volta, quasi per scherzo, il 21 maggio 2061, in un momento in cui l'umanità cominciava a intravedere finalmente un po' di luce...
Ci vediamo su...
Gli impegni sono tanti e sono impegni. Ma il filo logico di questo blog ormai porta a www.settimanasportiva.it. Ci vediamo lì, insomma. E se qualcosa cambia aggiornerò.
Turborovescio/38
La mafia non russa
di Marco Lombardo (www.settimanasportiva.it)
TOC TOC - Si può pensare che Nikolay Davydenko giri con il mitra nella custodia della racchetta e che di soliti vesta un colbacco, ma forse – invece di addebitare a lui l’unico caso sospetto di scommesse del tennis – bisognerebbe cominciare ad ascoltare le testimonianze che ormai escono a raffica su vari tentativi di condizionamento avvenuti nel circuito. Insomma, è vero: se una prova è una prova e due sono un indizio, l’ormai famoso caso di Davydenko a Sopot di prove ne contiene tre. Il punteggio, il momento del ritiro e l’ammontare delle scommesse su Betfair. Possiamo ritenere impossibile che un tennista nei primi – diciamo – cento del mondo si rovini punteggio e carriera per poche migliaia di euro: vogliamo allora pensare a cosa potrebbe voler dire vivere con la mafia che ti bussa alla porta? Quella vera, naturalmente…
NON E’ SUCCESSO NULLA - Il problema, però, è che il fenomeno esiste, non certo per i Federer e i Nadal, ma certamente per i Berlocq o i Bennetau (protagonisti di un caso a Wimbledon). In pratica: sarebbe bello che il tennis restasse lo sport dei gesti bianchi, ma non vivendo fuori da questo mondo bisogna arrendersi al fatto che anche nel nostro orticello la tentazione è forte. Lo è quella del doping, lo è quella di arraffare qualche dollaro in più quando bisogna sopravvivere nelle decine di tornei minori che non offrono neppure un albergo a due stelle per la notte. Così tra scommesse sui parziali, sui singoli 15 e perfino su chi serve più forte, le “combine” non sono certo impossibili. E a questo punto le strade sono due: colpire duramente al primo sbaglio oppure accettare che la truffa faccia parte del gioco. La terza, quella di dire che fino a che non ci sono le prove non si può fare nulla, la lasciamo al capo dell’Atp.
IL SOSPETTO - Perché non si può più far finta di nulla: secondo il Sunday Telegraph 138 incontri sarebbero stati truccati dal 2003 a oggi, mentre Le Journale de Dimanche e l’Equipe ieri hanno pubblicato i nomi di 5 italiani che avrebbero un conto aperto con un’agenzia di scommesse on-line. Di questi – Starace, Bracciali, Galimberti, Luzzi e Di Mauro – per ora due hanno ammesso il fatto dicendo però di puntare solo sul Casinò e su altri sport. Intendiamoci: scommettere on line non è reato. E forse, parliamo dell’ex tennista Gaudenzi, non è neppure strano fare il manager di tennisti e contemporaneamente il consulente di Bwin. Però, come vogliamo chiamarla: ingenuità?
VENTO IN COPPA - Dimenticando gli anni in cui siamo rimasti nel World Group della Davis grazie a sorteggi che chiamiamo fortunati senza offesa alla fortuna, si alzano già alti i lai per quello che l’urna ci ha riservato nella prossima edizione della serie B. Andiamo in Croazia, ovvero abbiamo l’avversaria più difficile in considerazione del fatto che ci poteva capitare subito la Macedonia in casa che invece, molto probabilmente, incontreremo a settembre nello spareggio per non retrocedere. Contro Ancic e Ljubicic speranze non ce ne sono, basta guardare i risultati degli Slam e fare confronti. Dopodiché capita di incontrarli nel Gruppo 1 e magari vincere. Ma se così fosse ce la prenderemmo con i giornalisti disfattisti?
MADE IN CHINA - Sicuramente per chi ci lavora è una bella notizia. Ma il fatto che l’azienda Sergio Tacchini di Bellinzago sia diventata un marchio cinese segna il finire di un’epoca per noi nostalgici delle magliette di una volta. Tempi di Connors, Nastase, McEnroe e Gerulaitis, tempi in cui i nostri marchi e qualche nostro tennista comandavano nel circuito. Ora, dopo il rischio di fallimento e la richiesta di concordato preventivo, ecco che la Tacchini passa alla Hembly International Holdings, azienda cinese che controllerà il gruppo tramite il marchio HT4 e che prevede di trasformare la Sergio Tacchini in un “brand destinato alla fascia di mercato tempo libero-casual”. E il tennis?
Turborovescio/37
Sventoliamo il bandierone
di Marco Lombardo (www.settimanasportiva.it)
FINALMENTE - Dopo 15 anni gli Stati Uniti torneranno a ospitare una finale di coppa Davis, trofeo che non vincono dal 1995. Fu proprio a Mosca, contro la Russia, l’ultimo successo, e saranno proprio i russi gli avversari che dovranno sfidare gli americani, una riedizione della Guerra Fredda che fa piacere perché vuol dire che il tennis ha superato tutti i confini. Gli Usa, va sa sé, sono favoriti (giocano in casa, su superficie rapida), ma il segno dei tempi è che, in generale, sono i russi ad essere più avanti nel tennis di oggi. Insomma, costruita una buona squadra con Roddick, Blake e i gemelli Bryan, gli americani fanno fatica a far emergere nuovi giovani, attratti forse da altri sport mentalmente meno impegnativi. In pratica: l’accademia Bollettieri è zeppa di stranieri, gli Usa per il momento cercano di tirar fuori qualcosa da gente come Querrey, Young e Isner, ban sapendo che i tempi di McEnroe, Connors, Sampras e Agassi sono lontani. Anche con la Davis in mano.
SVENTOLIAMO IL BANDIERONE - A questo proposito la Federtennis e il suo ineffabile ufficio stampa staranno preparando la discesa in piazza con il bandierone in mano per la vittoria di Israele sul Cile nei playoff del Gruppo mondiale. “Visto che perdere in Israele non è un disonore?”, questo il succo dei peana che ci aspettano, con conseguenti “alèè oòò” e relative pernacchie ai giornalisti poco allineati. Infatti: perdere contro Israele non è un disonore (lo si sapeva anche prima della sfida e lo si era detto), il problema è come lo si fa. Gonzalez e Massu hanno lottato, i nostri no: il bandierone lo avevano ammainato ancora prima di scendere in campo.
FENOMENI IN CASA - Il discorso insomma è sempre il solito: la Davis non è vero tennis (lo dice anche il presidente Binaghi, peccato lo faccia quando si perde), i risultati veri arrivano dai tornei e possibilmente dagli Slam, nei quali – abbiamo visto – l’Italia soprattutto maschile ha un rendimento al di sotto della semplice insufficienza. Invece di additare i cattivi ed esaltarsi per le vittorie degli altri, una federazione cosa dovrebbe fare? Magari lavorare in silenzio e aiutare i giovani con maggiore talento, anche se non passano al Centro tecnico di Tirrenia. Ma già: sarà certo per quei 3000 euro l’anno che arrivano da Roma che uno come Miccini diventerà un fenomeno.
QUEL CHE E’ MIO E’ MIO - A proposito di Tirrenia e dintorni, rivela Ubaldo Scanagatta un’infelice battuta di Christian Brandi agli UsOpen quando gli è stato chiesto un parere sul fatto che due italiani fossero in semifinale del torneo junior. “Di mio c’è solo Trevisan” ha detto Brandi, il che sarebbe sgradevole già se fosse involontario, figuriamoci se ci fosse dolo. Certo, Fabbiano si allena da solo e magari non raggiungerà i risultati di Matteo. Di sicuro però c’è anche che Trevisan è il giocatore con il servizio più forte di tutto il circuito junior e che – come dice Bollettieri – “se venisse qualche volta a rete diventerebbe un giocatore forte”. Putroppo a Tirrenia pare non gliel’abbiano ancora detto.
BRAVA, BIS - Per non parlare solo di cose negative diciamo allora che Corinna Dentoni ha vinto il torno di Tbilisi, un ITF da 25.000 dollari, lasciando per strada un solo set. Un risultato importante per una ragazza che in prospettiva può diventare una giocatrice vera. Corinna si affaccerà intorno alla trecentesima posizione e ha solo 18 anni. Certo, non è Maria Sharapova, però…
Turborovescio/36
Se la Schiavone
di Marco Lombardo (www.settimanasportiva.it)
GRAZIE LO STESSO - Alla fine dobbiamo comunque dire grazie alle ragazze del tennis, in finale per il secondo anno consecutivo, questa volta perdenti perché semplicemente più deboli. L’exploit lo avevano fatto in semifinale con la Francia, in Russia di più non si poteva chiedere e le occasioni perse della Schiavone aprono spiragli sui rimpianti di un miracolo possibile, ben sapendo che comunque non avremmo vinto il quarto singolare (la Pennetta attuale non avrebbe fatto molto meglio della Santangelo) e che il doppio russo era comunque favorito. Detto questo, bene ha fatto questa volta il presidente federale Binaghi a proporre un premio per le azzurre, come se avessimo vinto. Anche solo per il fatto che le nostre tenniste ci hanno evitato, perdendo, il solito proclama contro i giornalisti catastrofisti.
CON I SE - Si scrive da tempo (e abbiamo scritto anche noi) che Francesca Schiavone avrebbe tutte le qualità per stare stabilmente nelle prime dieci del mondo. La Fed Cup ci darebbe ragione, considerando anche i successi della passata stagione e quelli contro la Francia in semifinale. Poi però si ricade sul solito discorso: se avesse un po’ più di testa, se credesse di più in se stessa… Potremmo continuare, ma lei promette che la crisi di inizio stagione è davvero passata e che l’anno prossimo ne vedremo delle belle anche negli Slam. Ci crediamo, anche se restano in testa i due match point avuti contro la Kuznetsova: il primo sprecato con una risposta di rovescio forzata, il secondo vanificato da una prima di servizio esagerata e da una seconda troppo timida per non invogliare l’avversaria. In pratica: vorrei ma non posso proprio. Come si diceva? Se la Schiavone…
NUMERO UNO - Potito Starace è il nuovo numero uno italiano. Un giusto premio per un tennista di buone qualità che sa mettersi in gioco sempre e non secondo convenienza: partito ad inizio anno dal numero 83, ha guadagnato 55 posizioni nella prima stagione in cui gli infortuni lo hanno lasciato stare. "Sono davvero soddisfatto – ha detto - quattro o cinque mesi fa ho cominciato a credere che questo poteva essere l'anno buono. Ho raggiunto un bel traguardo ma non mi fermo". Speriamo. Così come speriamo che l’ex numero uno Volandri capisca che il tennis di oggi non è solo terra rossa.
SU COSA PUNTIAMO? - Ultime dal mondo delle scommesse: il gestore Unibet ha già dato le quote per il prossimo anno. Federer primo anche nel 2008 vale una volta e mezzo la posta. A 4 si gioca Nadal numero 1, mentre se dovesse essere Djokovic il migliore la scommessa pagherebbe 6. Il serbo vale anche 2,10 se arriva prima di Nadal in classifica. Altro: Federer che vince uno Slam vale 2,80, due vale 3, tre è bancato 3,20, mentre il Grande Slam è in lavagna a 14. E zero? E’ offerto a 22, ovvero non ci crede nessuno. E voi?
MAMMA LINDSAY (SECONDA PARTE) - Già, forse non hanno più paura di lei. Ma intanto Lindsay Davenport è tornata al tennis vincendo. Come avevamo annunciato settimana scorsa l’ex numero uno mondiale ha riesordito a 31 anni dopo una gravidanza nel torneo di Bali. Risultato: vittoria finale sulla Hantuchova, attuale numero numero 11. “Chissà, la gravidanza mi ha dato nuova forza” ha detto lei. L’abbiamo pensionata troppo presto?
Turborovescio/35
Mamme dell'altro mondo
di Marco Lombardo (www.settimanasportiva.it)
SCOMMETTIAMO - Su Roger Federer si è ormai detto tutto, compreso che questo non era il suo anno migliore. E infatti l’ha chiuso come il precedente: tre quarti di slam e una sconfitta in finale in quello che non ha vinto. Su Novak Djokovic invece avevamo scommesso a inizio d’anno, quando c’era chi lo vedeva dietro anche a Andy Murray. Inutile vantarsi di averci azzeccato, anche perché Murray è stato fermato a lungo da un infortunio al polso e dunque non può darci pienamente ragione. Però il risultato finale è che – anche per come Djokovic ha accettato il verdetto di New York – è stata la prima ma non l’ultima apparizione del serbo in una finale dello Slam. E se vogliamo scommettere presto ne vincerà una.
TUTTO BENE, NO? - Finita la stagione degli Slam si può tirare una riga sui numeri e far di conto. Nei quattro tornei più importanti i nostri tennisti hanno raccolto un ottavo di finale (Volandri sull’amata terra), un terzo turno, sei eliminazioni al secondo turno e ben 15 nella partita inaugurale. Le donne, come al solito, hanno fatto meglio: un ottavo con la Garbin a Parigi, 5 terzi turni, 9 secondi turni e 17 eliminazioni pronti e via. In pratica: dal punto di vista numerico ci siamo, da quello dei risultati facciamo fatica a comprendere il concetto che va tutto bene. Ma presto la Federazione ce lo spiegherà con un nuovo comunicato.
EPPURE - Eppure ci sono anche buone notizie , visto che l’avventura dei nostri due migliori juniores agli UsOpen è finita solo in semifinale: Fabbiano e Trevisan si sono fermati contro il polacco Jonowicz e il lituano Berankis, questi ultimi dimostrazione che non serve sbandierare piani integrati o similari per avere dei tennisti di vertice. I nostri due ragazzi hanno comunque dato un segnale confortante: innanzitutto perché avere due azzurri tra i primi quattro non era mai successo, eppoi perché con un po’ più di fortuna (Fabbiano) e qualche guaio in meno (Trevisan) uno dei due avrebbe potuto portare a casa il titolo. Quel che conta è che i nostri ora si trovano davanti al bivio più importante, quello dell’approccio al mondo professionistico. Fabbiano ha deciso quest’anno una strada più graduale (molti futures, per intenderci), Trevisan è stato invece buttato in pasto ai challenger dove ha trovato spesso difficoltà insormontabili. Insomma: i tennisti ci sono, bisogna capire ora come gestirli, senza dover poi sentire la solita storia sul fatto che gli italiani maturano più tardi degli altri per colpa della mamma. Domanda: nel resto del mondo la mamma non ce l’hanno?
MAMMA - In Italia c’è invece la mamma di Giacomo Miccini (foto), 15enne di Recanati, che da due anni si allena in Florida da Bollettieri. E c’è soprattutto papà Gabriele che, vista la passione irrefrenabile del figlio, ha scommesso su di lui e di tasca propria grazie ai proventi del suo mobilificio. Giacomo ha ricambiato tanto impegno: alto 184 centimetri (!), dotato di un servizio micidiale (a 200 all’ora e oltre), a New York ha superato le qualificazioni del torneo junior per poi battere il numero uno del tabellone e arrendersi soltanto a un americano di tre anni più grande. Papà e mamma spendono una retta di 36.000 dollari l’anno, soldi ai quali si aggiungono quelli di una casa comprata nel campus e quelli dei viaggi Italia-Usa. Giacomo è già numero 2 under 16, e per tutto questo la nostra federazione investe la bellezza di 3000 euro l’anno. Sappiamo già di chi sarà il merito un domani.
MAMMA LINDSAY - Non è mai stata bella in senso fotografico e dunque non fa parte del tennis show. Ma è stata sempre bella da vedere e gradevole da incontrare fuori campo: dunque segnaliamo con piacere il ritorno in campo di Lindsay Davenport a pochi mesi dalla nascita del primo figlio. L’ex numero 1 del mondo ha superato il primo turno del «Commonwealth Bank Tennis Classic» di Bali battendo la greca Eleni Daniilidou, testa di serie numero 5, con il punteggio di 6-2, 6-2. Forse non farà più paura, però…
Turborovescio/34
Parte bene l'Italtennis
di Marco Lombardo (www.settimanasportiva.it)
RISPOSTA MANCATA No, non è arrivato: ma perché in fondo avrebbe dovuto? E così ecco che la nostra rubrica riparte senza avere un parere del presidente federale Angelo Binaghi, il numero uno del nostro tennis, se questo vuol dire qualcosa. Riassunto delle puntate precedenti (più aggiunte successive): dopo il successo delle azzurre nella semifinale di Fed Cup il nostro caro Angelo si è lanciato in una lunga e dura filippica contro i giornalisti disfattisti cone le fette di salame sugli occhi che non riescono a cogliere gli evidenti progressi dei nostro eroi delle racchette sotto la brillante guida federale. A questo era seguita una nostra modestissima lettera aperta (altro riassunto: i progressi ci sono, non sono così eclatanti da giustificare tanta tronfiaggine e perché poi bisogna fare una guerra a chi non la pensa come Binaghi) che anche l’illustre collega e amico Ubaldo Scanagatta ha pubblicato sollecitando un democratica replica. Che è arrivata invece sottoforma di due editoriali sul sito federale firmati dal capo ufficio stampa Baccini che attaccavano in particolare Rino Tommasi (hanno vecchie beghe in ballo, lui e Binaghi), chiamo – nel secondo caso – Rhino. Punto. Domanda: secondo voi Binaghi ha risposto?
STRANO MA VERO A proposito di questo, sul sito www.federtennis.it si segnalano le precise e curiose analisi di Angelo Mancuso che ogni giorni riempie la sezione “Tribuna aperta” di interessanti articoli da quando sono cominciati gli USOpen. Ci sono poche eccezioni finora: in particolare si segnala quella del 30 agosto, giorno – guardacaso – in cui il tennis italiano è scomparso da New York. Escludendo – vista la professionalità del giornalista in questione - che sia un’iniziativa personale di Mancuso, resta da chiedersi cosa abbia impedito la pubblicazione del seguito degli articoli dei giorni precedenti dal titolo “Parte bene l’Italtennis” e “Brave Flavia e Francesca”.
SCOMMETTIAMO? Siccomume ognuno ha il dirigente che si merita, ecco che l’Atp, da quando è finita in mano a Etienne De Villiers, non si fa mancare nulla. Compreso il caso Davydenko, colui che in vantaggio nettamente al torneo di Sopot contro Vassallo Arguello si è ritirato nello stesso momento in cui un’incredibile somma di denaro stava piovendo sul nome del suo avversario. Davydenko giura che è un caso, che la mafia russa non esiste, perché non chiedete a un italiano della mafia di casa sua. Intanto però l’Atp fa tenere lezioni ai giocatori da malavitosi che hanno avuto legami con le scommesse clandestine, affigge avvertimenti negli spogliatoi e si dice pronta a combattere il fenomeno. Come? La risposta di De Villiers è lampante: “Troppo facile fare accuse basate su denunce anonime o supposizioni. Quando ci saranno delle prove ne riparleremo”. Ineccepibile, anche perché – più o meno – l’avevamo sentita già un’altra volta. A proposito di doping.
OTTO PIU’ UNO De Villiers intanto ha sfornato il nuovo calendario dell’Atp che partirà dal 2009. La novità è la divisione dei tornei in “1000”, “500” e “250” a seconda dei punti che assegneranno e quindi dell’importanza dei montepremi e dove “1000” s’intende gli attuali Master Series. E per quanto riguarda i nove tornei appena sotto quelli del Grande Slam – fuori Amburgo e dentro il ricchissimo Madrid firmato Ion Tiriac -, ecco che la grana di Montecarlo è stata risolta con una decisione coraggiosissima: il torneo del Principato assegnerà infatti il massimo punteggio ma non sarà obbligatorio come agli altri e dunque la rinuncia non sarà passibile di squalifica. “Tanto – ha detto De Villiers – molti tennisti a Montecarlo già ci vivono e dunque non hanno bisogno di essere convocati lì: ci vanno volentieri”. Giocare a Madrid invece fa schifo, no?
SULLA NOTIZIA Televideo Rai di oggi, ore 14: alla voce USOpen il tabellone maschile è lì, ben compilato e allineato ai sedicesimi di finale. Per capirci: Federer ha appena battuto Isner, di Lopez non c’è n’è traccia. Unico risultato aggiornato degli ottavi e quello di Roddick-Berdych: per il televideo è finita 8-6, 2-0, rit. Come dire: soldi (i nostri) spesi bene...
Collina di salvataggio
di Stefano Olivari (www.settimanasportiva.it)
Come non solo a Verona sanno, l’unico metodo di designazione arbitrale al di sopra di ogni sospetto è quello del sorteggio. Che in forma integralissima in Italia non è mai esistito, anche se nella stagione 1984-1985 (quella del record di affluenza di pubblico in serie A, oltre 38mila a partita: il doppio di adesso…) si vide qualcosa di molto simile. Con il risultato che non solo i nostalgici degli anni Ottanta ricordano: primo Verona, secondo Torino, terza Inter, quarta Sampdoria, quinte Milan e Juve, settima Roma, ottavo il Napoli di Maradona, eccetera. In alternativa bisogna puntare sul designatore al di sopra di ogni sospetto, per questo nel dopo Moggiopoli l’unico nome su cui di fatto non c’è stato dibattito è stato quello di Pierluigi Collina. Fra i suoi punti di forza, al di là del prestigio internazionale, il fatto che dopo aver arbitrato Brasile-Germania finale del Mondiale tutto ti sembra piccolo e soprattutto l’essere stato messo in un cono d’ombra dagli incredibili (incredibile è che parlino ancora) Bergamo e Pairetto. Senza trascurare il fatto che in periodi diversi sia stato nel mirino di ognuna delle tre sorelle. Nessuna mai formalmente sua nemica, tanto che per il suo dopo-calcio Collina ha cercato sponde ovunque: la famosa telefonata a Meani, in cui pietiva un incontro segreto con Galliani nel giorno di chiusura del ristorante, va letta in quest’ottica, anche se non vanno dimenticati gli aspetti formali della vicenda, il fatto che Collina stesse lavorando per diventare designatore in un calcio ancora gestito dal famoso ‘sistema’, e soprattutto la velocità con cui il superprocuratore Palazzi ha insabbiato tutto. Non è insomma importante che Collina sia un bravo designatore (cosa fra l’altro non scontata, ricordando la parabola sacchiana del cavallo), visto che il materiale umano nel breve periodo è quello, ma che sia credibile. Sarebbe un passo in avanti enorme: punto di riferimento e muro di gomma per tutti i piagnistei, ombrello mediatico anche per gli arbitri più scarsi. Dimenticandosi delle argomentazioni di chi gli contesta l’ingaggio: senza i diritti di immagine inferiore a quello percepito singolarmente dalle due brave persone che hanno contribuito a rendere spazzatura l’albo d’oro del calcio italiano dell’ultimo decennio, nella vecchia e nella nuova versione. Quello in Collina si configura comunque come un atto di fede, inevitabile in assenza di soluzioni condivise di respiro più ampio: per quelle ci vorrebbe una Lega nel vero senso della parola (magari anche di dieci squadre, piuttosto che di quarantadue) ed una libertà normativa che nel mondo Fifa non può esistere. Per parlare chiaro, l’indipendenza dell’Aia sul modello della magistratura ordinaria in certi paesi (fra i quali il nostro), è un argomento da bar: gli arbitri possono essere pagati dalle leghe, e gestiti da personalità indipendenti, ma non possono amministrativamente uscire dalla federazione a meno che la Fifa deliberi in tal senso (e non lo farà mai). Pena l’esclusione dell’Italia da tutto.
Turborovescio/33
Successo e disfattismo
di Marco Lombardo (www.settimanasportiva.it)
Chiudiamo la stagione di Turborovescio con questa lettera aperta che Ubaldo Scanagatta ha avuto la cortesia di pubblicare sul suo blog lo scorso 18 luglio e che qui riproponiamo. La lettera è stata scrittasubito dopo il successo delle azzurre contro la Francia in Fed Cup e in seguito ad alcune dichiarazioni contro la stampa del presidente federale Binaghi. Successivamente Ubaldo ha contattato lo stesso Binaghi che ha promesso una risposta. Risposta che non è mai arrivata, mentre è arrivato sul sito della Fit un duro attacco a Rino Tommasi con toni – effettivamente – fuori luogo. Non volendo entrare nella polemica tra Tommasi e la Fit, anche perché molto personale, resta da far notare che proprio a questo tipo di interventi dell’ufficio stampa della federazione si faceva riferimento nella lettera aperta. Evidentemente – c’è da pensare – il presidente Binaghi ha voluto dare risposta nel modo a lui più appropriato. Aii lettori di questa rubrica comunque lasciamo il giudizio, augurando loro (e - li rigraziamo di cuore -sono alcune migliaia) buone vacanze. Ci ritroveremo a fine agosto, a meno che il presidente Binaghi non voglia intervenire prima e non per interposto ufficio stampa.
So che non è di moda, ma ammetto una mancanza: non conosco di persona il presidente della federazione Binaghi. O meglio, l’ho visto un paio di volte in occasione della coppa Davis a Torre del Greco, ma non ho mai approfondito la conoscenza, forse anche perché per il mio giornale è più importante raccontare una storia di tennis piuttosto che affrontare beghe federali. E’ una mancanza dunque, ma forse è anche una fortuna, perché al di fuori di certe logiche si può magari dare un giudizio senza prendere per forza le parti di qualcuno.
Insomma, diciamolo: il tennis italiano è in crescita. Lenta, leggera, ma in crescita. Lo prova il fatto che il settore femminile (e non solo adesso nella Fed Cup) assicura risultati importanti, lo prova anche qualche timido risveglio dei nostri ragazzi corroborato da segnali confortanti nel settore giovanile. E dunque, ecco, possiamo anche dare ragione al presidente Binaghi quando afferma che qualcosa si sta facendo, anche se a volte in questi risultati magari la federazione non c’entra appieno: l’eredità della gestione precedente era pesantissima e per rimettere insieme i pezzi ci vogliono (e ci vorranno) anni. Ma il lavoro c’è.
Detto questo però, vista da fuori la situazione fa sorgere qualche dubbio. Il primo ad esempio è sul perché si sia voluto dare il premio della carica di presidente onorario della federazione all’uomo che lo sfacelo tennistico italiano ha creato, e cioè il mitico Paolo Galgani. E poi: è possibile che una critica, poniamo anche fatta in malafede, debba scatenare una reazione del tipo “chi non sta con me è contro di me”? Insomma: che a una racchettata si debba sempre rispondere con il fucile?
Conosco – quelli sì – e stimo molti dei colleghi che si occupano di tennis in Italia. So bene come siamo fatti – in genere - noi giornalisti: siamo un po’ narcisi, amiamo avere ragione e a volte esageriamo con i nostri convincimenti. Ma questo non può giustificare la reazione che il presidente Binaghi ha avuto a Castellaneta Marina dopo il successo delle azzurre. Domando dunque, a Binaghi ma non solo: è possibile parlare e scrivere serenamente di tennis senza essere per forza d’accordo con la federazione? Si può dire che negli Slam siamo ancora lontani da risultati accettabili senza essere additati come disfattisti? Si può affermare che sì, è vero, la coppa Davis non è lo specchio di un movimento, ma sconfitte come quelle in Zimbabwe e Israele sono fallimenti veri e propri? Insomma presidente, se può risponda. Magari evitando, la prego, il tono di certi comunicati firmati dal suo ufficio stampa e visti più volte in passato sul sito federale.
I famosi pentiti
di Stefano Olivari (www.settimanasportiva.it)
Cos’ha in comune Calciopoli con la n’drangheta? Non gli omicidi e la violenza, nel pallone solo metaforici e a livello di carriera, ma senz’altro l’assenza quasi assoluta sia di pentiti che di responsabilità nette. Ieri sera nella sempre ottima ‘W l’Italia diretta’ su Rai Tre, la trasmissione di Riccardo Iacona, il sostituto procuratore di Reggio Calabria Nicola Gratteri in una piazza di Locri significativamente vuota ha spiegato con chiarezza i motivi di questa situazione: a) Pene modeste, che al di là degli aspetti etici dopo una valutazione costi-benefici fanno ritenere più conveniente rimanere nell’organizzazione anche nella remota ipotesi di qualche anno di carcere; b) Struttura familistica, visto che un eventuale pentito prima di denunciare altri criminali dovrebbe per forza parlare di 250 suoi parenti o amici, mettendoli in pericolo.
Non è quindi incredibile che nel mondo del calcio, ed in quello arbitrale in particolare, anche chi è stato vittima di ingiustizie e soprusi, venendo penalizzato nella carriera, in fin dei conti poi si convinca che la migliore soluzione sia quella di prendere e portare a casa. In questo senso è illuminante la deposizione fatta da Gianluca Paparesta ai magistrati napoletani, sulla situazione dell’Aia con il quasi riabilitato (!!!) Lanese presidente ed i designatori Bergamo-Pairetto. L’arbitro di Bari ha raccontato che dopo uno Juve-Lazio di Coppa Italia, finito fra le polemiche moggiane per la mancata espulsione di Giannichedda (all’epoca alla Lazio), i designatori lo avevano fermato per un mese, facendolo rientrare dalla porta di servizio della B. Stop motivato non da ragioni tecniche, come sarebbe stato nelle prerogative del designatore, ma da uno scambio di battute a fine partita con un giornalista Rai (queste le dure parole di Paparesta, in risposta ai complimenti del bordocampista: ‘’Merito dei giocatori’’) che Bergamo aveva giudicato ‘intervista non autorizzata’. Intervista non autorizzata…
Ma il meglio è il retroscena del retroscena, perché qualche giorno prima della partita Romeo Paparesta, padre dell’ex emergente ed a sua volta ex storico arbitro, aveva cercato di coronare il suo grande sogno: diventare designatore della serie C, ben sapendo che in A e B le caselle erano occupate da chi di dovere. Paparesta senior dopo un colloquio con Lanese, in fondo pur sempre suo presidente, si sentì rispondere che per aiutarlo bisognava che parlasse con Moggi per via dei suoi rapporti con Carraro ed in generale del suo potere. Forse è bene sottolineare un punto: i designatori ufficialmente venivano e vendono nominati dal presidente dell’Aia, non da quello della Figc. Rimandiamo ai giornali per il racconto dell’incontro, anzi degli incontri, fra Romeo Paparesta e Moggi, con il direttore generale della Juve che fra un telefonino in comodato d’uso e l’altro si lamentava di una presunta ostilità di Gianluca nei confronti della sua squadra. Questo fa capire la morbidezza di Paparesta junior dopo i fatti di Reggina-Juventus (lui chiuso fisicamente nello spogliatoio da Giraudo e Moggi), che non a caso quasi si ‘scusò’ dell’accaduto con i due manager usando il telefonino dato da Moggi al padre. Che era lì al suo fianco.
Inutile creare mostri, anche se almeno si potrebbe evitare di farne degli opinionisti: la realtà è però che il moggismo non era e non è un’organizzazione verticistica in senso stretto, con Adolfo Celi che accarezza il gatto e i sottoposti che spariscono nella botola, ma una rete di scambi e di favori con dentro almeno metà del calcio italiano. Compresi quei giornalisti che portavano l’osso al padrone soffiandogli in anteprima le notizie del vicino di scrivania, che si facevano designare per le partite preferite dopo una telefonata fatta fare ad un loro superiore, che si facevano dettare le considerazioni su una singola azione da moviola o che attaccavano il nemico del momento in cambio di un posto di lavoro per il figlio: quattro esempi, quattro persone che invece di essere almeno sbattute in mezzo alla strada, con richiesta di danni da parte delle aziende per cui lavoravano, sono stati reintegrati nelle loro precendenti mansioni. Perché questi farabutti avrebbero dovuto pentirsi? Tanto sapevano che sarebbe finita così…