L'ultima domanda venne posta per la prima volta, quasi per scherzo, il 21 maggio 2061, in un momento in cui l'umanità cominciava a intravedere finalmente un po' di luce...
Spalmati e contenti
di Marco Lombardo
In un Paese normale 633 milioni di euro di debiti con il fisco provocherebbero la chiusura di qualsiasi attività. Nel Paese del calcio ovviamente questo no, perché il pallone serve ad avere popolarità, voti ed anche un giro d’affari notevole. Così il calcio italiano va avanti così, predicando moralità e smazzando denaro a cominciare da chi lo comanda, pronto a pagare milioni su milioni un giocatore dopo aver chiuso l’ennesimo bilancio in rosso: <Finché c’è qualcuno che ripiana…>.
Insomma, allora ha ragione il presidente del Messina quando dice che lui ha diritto alla serie A perché ha fatto niente di più e niente di meno di quello che ha già fatto la Lazio. Perché se lo Stato – cioè noi – rinuncia ad avere indietro i soldi che gli spettano (debiti) per dilazionare il pagamento in 23 (ventitré!) anni, dunque lo Stato – cioè noi – si merita quello che (non) ha. Ha ragione allora il Messina e, perché no, il Torino coinvolto in un giro di fidejussioni false perché per iscriversi alla serie A basta avere dei <pagherò> e non certo dei soldi contanti. Se poi i <pagherò> non esistono meglio ancora, tutti in piazza e <giù le mani da…>, il pallone deve girare comunque.
Dopodiché per comprare Toni ci vogliono 12 milioni di euro, quasi 24 miliardi di lire. E se la Fiorentina - rinata da un fallimento - non li spende che si fa? Contestiamo?
